Il guerriero incatenato: la storia del fantasma di Porta Soprana
di Alessia Spinola
GENOVA - Nel cuore di Genova, tra le pietre antiche di Porta Soprana, sopravvive una leggenda che intreccia storia e mistero. La porta, eretta intorno al 1155 insieme alle Mura del Barbarossa per difendere la città, sarebbe stata teatro di un episodio singolare: secondo la tradizione, durante la costruzione sarebbe intervenuto un alchimista capace di imprigionare lo spirito di un guerriero, incatenandolo a uno dei pilastri dell’ingresso monumentale.
Da quel momento, il fantasma sarebbe divenuto il custode invisibile della porta e dell’intera città, pronto a respingere ogni minaccia. Ma la leggenda aggiunge un dettaglio inquietante: per mantenere intatta la propria forza e continuare a proteggere Genova, lo spirito avrebbe richiesto periodici tributi di sangue. E nei secoli, si mormora, non ne sarebbero mancati.
Un elemento curioso alimenta ulteriormente l’aura oscura del luogo. Nell’abitazione costruita tra le due torri, sopra l’arco d’accesso alla porta, avrebbe vissuto un boia, figlio di Charles-Henry Sanson, il celebre “bourreau” passato alla storia per aver eseguito la condanna a morte di Luigi XVI e Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese. Sanson fu responsabile di migliaia di esecuzioni – 2.918 secondo alcune fonti – tra cui quelle di figure come Robespierre e l’astronomo Jean Sylvain Bailly.
A rendere ancora più macabra la fama del luogo contribuiva una pratica diffusa nel passato: all’esterno di Porta Soprana non era raro vedere le teste dei giustiziati esposte in piccole gabbie, monito severo per chiunque avesse pensato di sfidare l’autorità o tradire la città.
Tra realtà documentata e racconti tramandati, Porta Soprana continua così a custodire un immaginario fatto di difese medievali, giustizia implacabile e presenze leggendarie che, ancora oggi, sembrano vegliare sulle antiche mura.