Il Santo Graal è davvero a Genova? Il mistero del Sacro Catino

di Alessia Spinola

GENOVA - Il Santo Graal è a Genova? Custodito oggi all’interno del Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo, il Sacro Catino rappresenta uno degli oggetti più affascinanti e simbolici della storia genovese. Esposto in una sala dedicata, si presenta come un vero e proprio testimone del passato, capace di raccontare secoli di vicende tra fede, leggenda e scoperta scientifica. Per tradizione è ritenuto il Santo Graal, ovvero il piatto usato da Cristo per consumare l'agnello pasquale con i discepoli durante l’ultima cena.

Si tratta di un piatto dalla forma esagonale realizzato in vetro verde intenso, a lungo considerato però uno smeraldo. Questa convinzione ha contribuito ad alimentarne il valore simbolico e religioso, rendendolo una delle reliquie più importanti della città. Secondo le cronache medievali, fu Guglielmo Embriaco a portarlo a Genova nel 1101, dopo la conquista di Cesarea durante la Prima Crociata.

Le testimonianze dell’epoca raccontano che l’oggetto venne rinvenuto in un edificio sacro dedicato all’imperatore Augusto. Il suo colore straordinario fece subito pensare a una pietra preziosa, tanto da essere considerato un tesoro degno di grande venerazione. Nel tempo, il Catino venne mostrato a figure di rilievo in visita a Genova, diventando quasi un simbolo identitario della città.

Il suo fascino si intreccia anche con la leggenda. Lo storico Jacopo da Varazze lo identificò addirittura con il Santo Graal, attribuendogli un legame diretto con Cristo: sarebbe stato il recipiente utilizzato durante l’Ultima Cena o quello impiegato per raccogliere il sangue durante la crocifissione.

La storia del Catino subisce una svolta nel periodo napoleonico, quando Napoleone Bonaparte ne ordinò il trasferimento a Parigi. Proprio nella capitale francese, nel 1806, analisi scientifiche dimostrarono che non si trattava di smeraldo, ma di vetro colorato grazie alla presenza di ossidi minerali, in particolare magnesio e potassio.

Il viaggio di ritorno verso Genova fu però disastroso: il manufatto arrivò danneggiato e ridotto in frammenti. Solo nel 1951 fu possibile ricomporlo, anche se una parte mancante resta ancora oggi visibile, segno tangibile delle vicissitudini che ha attraversato.

Le sue origini, tuttavia, rimangono ancora avvolte nel mistero. Gli studiosi oscillano tra due ipotesi principali: una provenienza dalla Palestina tra il I e il II secolo, oppure una produzione nell’Egitto fatimide tra il IX e il X secolo. Nuove analisi potrebbero, in futuro, fornire risposte più precise.